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I geositi del P.R. Sirente Velino
Nell’ambito di un territorio di discreta superficie e di così notevoli valenze geomorfologiche, geologiche ed idrogeologiche, risultano numerosi i siti di rilevante interesse, degni di essere censiti, studiati e conservati per le future generazioni.
D’altra parte risulta ormai affermato che la catalogazione e la conservazione dei geositi debba avvenire prioritariamente a livello regionale/provinciale/locale, poi nazionale ed internazionale (Arnoldus-Huyzendveld et alii 1995, Benevenuti et alii 1998, Massoli-Novelli et alii 1999). In Italia grandissima parte delle competenze sul territorio risultano delegate agli Enti locali, anche per una più agile ed opportuna protezione e questa situazione diviene fondamentale per la conservazione del Patrimonio Geologico, fine ultimo degli inventari, attraverso adeguati provvedimenti legislativi.
Occorre inoltre considerare che la conoscenza e la valutazione dei geositi risulta elemento fondamentale per una corretta pianificazione del territorio (Gisotti & Massoli-Novelli 1997). Analogamente a quanto accaduto negli ultimi decenni in Italia per il settore “biotopi”, considerati importanti e talvolta essenziali negli strumenti di pianificazione territoriale, anche i “geositi” debbono essere interpretati come elementi necessari di qualsiasi piano di uso del territorio, insieme alle tradizionali componenti geologiche di tali piani (sismicità, presenza di faglie, franosità, qualità del substrato roccioso, presenza/profondità/vulnerabilità di falde acquifere, tipi di suolo, ecc).
Come primo approccio alla conservazione di siti geologici di rilevante interesse nell’area Velino-Sirente, dopo un attento esame della bibliografia e delle cartografie esistenti, sulla base delle diverse esperienze degli Autori, a seguito di appositi sopralluoghi e della redazione di semplici schede, sono stati qui individuati, per la prima volta, n° 36 geositi meritevoli di immediata segnalazione e conservazione, riportati in Tab. 1.
Per ognuno viene indicato il tipo di geosito ed un semplice valore da 1 a 3. Tale valore rappresenta una media dei valori di:
interesse scientifico
valore educativo
fruibilità
stato di conservazione
rischio degrado
Il valore 1 identifica geositi di importanza media; il valore 2 quelli di importanza media-elevata; il valore 3 quelli di importanza notevole.
In Tab. 2 viene riportata la legenda relativa al tipo genetico cui il geosito fa riferimento.
Alcuni geositi di notevole e particolare interesse
Alcune
osservazioni sui geositi di notevole interesse (valore 3) presenti
nel territorio del Velino-Sirente:
1) Grotta di Stiffe: si tratta di una cavità carsica di notevoli
dimensioni ed importanza, resa già visitabile turisticamente. La
grotta risulta afferente idrogeologicamente al comprensorio dell’Altopiano
delle Rocche, anche se ubicata appena esternamente al territorio
del parco; infatti essa costituisce la risorgenza attiva delle acque
assorbite dal soprastante sistema di inghiottitoi di Pozzo Caldaio,
ubicato lungo il margine settentrionale dell’altopiano delle Rocche,
ad una quota di circa 1.250 m s.l.m.. Si tratta sostanzialmente
di una galleria, attraversante o collegata con diverse sale di medie
dimensioni, percorsa per tutta la sua lunghezza da un corso d’acqua,
che genera anche una notevole cascata interna alla grotta. Lo sviluppo
spaziale è di circa 2000 metri, ma è ancora in corso l’esplorazione
di alcuni tratti recentemente scoperti.
2) Vetta M.Te Velino: massima cima del territorio del Parco
(2486 m slm), presenta un aspetto tipicamente alpino con forti dislivelli,
pareti verticali, soglie aeree e guglie rocciose, il che la rende
un elemento di primario interesse non solo dal punto di vista geomorfologico,
ma anche paesaggistico. Di particolare effetto è il contrasto tra
i versanti settentrionale, orientale e meridionale da un lato ed
il versante sudoccidentale dall’altro: i primi devono il loro aspetto
all’azione erosiva dei ghiacciai e si presentano come una successione
di circhi separati da sottili creste; qui le pendenze sono sempre
elevate e sovente i pendii evolvono in pareti verticali, con imponenti
falde di detrito alla loro base. Il versante sudoccidentale, viceversa,
appare come un piano inclinato assolutamente uniforme su un dislivello
di oltre 1200 metri; esso è interpretabile come un versante di faglia,
legato e controllato morfologicamente da un’importante dislocazione
tettonica facilmente individuabile alla sua base.
3) Valle tettonico-glaciale di Teve: l’alta Val di Teve,
di origine prima tettonica e poi glaciale, risulta assolutamente
caratteristica per l’evidenza e la didatticità delle morfologie
glaciali e periglaciali. Forme tipiche di questo importante geosito
sono circhi glaciali, scarpate glaciali e depositi morenici. In
questa splendida valle sono stati rilevati sette circhi glaciali
principali di cui tre molto ben conservati (circhi del versante
nordest di M. di Sevice, del versante nordest di M. Velino, del
versante nord di M. Cafornia). Dalle pareti che ne costituiscono
i bordi, alte mediamente 150 metri, scendono imponenti falde e conoidi
di detrito, alla cui genesi non sono estranei fenomeni di crollo
di masse rocciose di dimensioni generalmente modeste. L’avanzata
delle falde di detrito tende a mascherare i truogoli glaciali, che
pure sono ancora ben riconoscibili. Il fondovalle risulta coperto
da depositi morenici dai quali emergono alcuni rilievi calcarei,
modellati a guisa di roccia montonata; alcuni grossi massi possono
essere interpretati come massi erratici. Alle morene si sono sovrapposti
due rock glaciers, forme caratteristiche di ambiente periglaciale,
di cui viene per la prima volta segnalata la presenza nel territorio
del Parco. Essi consistono in un deposito di ghiaia e massi, grossolanamente
e irregolarmente stratificato, rilevato rispetto al terreno, caratterizzato
in pianta da una forma a lingua con fronte a U. Attualmente le due
forme sono da considerarsi inattive (Orombelli, com. pers.), anche
se la mancanza di copertura vegetale fa ritenere possibile la loro
attività fino a tempi recenti. La presenza di rock glaciers nell’alta
Val di Teve testimonia pertanto la presenza nell’area, probabilmente
fino a epoche recenti, di permafrost.
4) Alta Val Majelama: anche questa valle, come la confinante
Val di Teve (dalla quale è separata dalla cresta del M.te Cafornia
– M.te Il Bicchero), appare caratterizzata dal grande sviluppo delle
morfologie glaciali. In particolare, in essa sono eccezionalmente
ben conservate la morena frontale del ghiacciaio würmiano e diverse
morene stadiali, che si succedono lungo il suo asse tra i 1300 ed
i 1800 metri di quota. Altro elemento morfologico di particolare
interesse, perché raro in Appennino, è la confluenza sospesa nella
Val Majelama della valle della Genzana: tra il fondo delle due valli
glaciali, difatti, vi è un dislivello di oltre 300 metri che solo
in parte è stato superato da una ripida e profonda gola fluviale.
5) Circo glaciale di Monte di Sevice: Questo splendido circo
glaciale è posto sul lato destro dell’alta Val di Teve ed è sicuramente
il più bello ed il meglio conservato tra quelli rilevati nel territorio
del Parco. Esso si apre come un perfetto anfiteatro sotto la cima
di M.te di Sevice, di cui ha eroso il versante settentrionale modellando
pareti verticali alte oltre 200 metri. Alla loro base imponenti
falde di detrito, alle quali si associano i materiali di alcune
frane in roccia, avanzano all’interno del truogolo glaciale, ancora
in parte conservato. All’interno di questo, infine, alcuni depositi
a cordone disposti l’uno dentro dell’altro a formare enormi “U”
allungate, parzialmente stabilizzati dalla vegetazione erbacea,
sono interpretabili come morene stadiali associate, probabilmente,
ad antichi rock glacier.
6) Costoni del Sirente: il massiccio del Sirente è costituito
da una monoclinale immergente in direzione sud-sudovest. Il particolare
assetto strutturale determina la notevole diversità morfologica
tra i versanti settentrionale e meridionale: imponente bastione
calcareo il primo, pendio ondulato il secondo. Il versante settentrionale
del massiccio risulta quindi costituito da una eccezionale costone
roccioso quasi continuo, molto ripido e a tratti subverticale. La
morfogenesi glaciale ha lasciato numerose tracce, mal conservate
sia per l’asprezza dei luoghi che per la successiva morfogenesi
di versante. Diffusi sono i fenomeni di crollo in roccia, che hanno
tra l’altro portato alla genesi di imponenti falde di detrito, in
particolare in località Balzi del Sirente.
7) Gola di Celano: si tratta di un canyon spettacolare, molto
stretto ed incassato, tra la Serra di Celano da un lato ed i monti
Secino ed Etra dall’altro. La testata della valle risulta circa
a quota 1.350 m s.l.m. La genesi è da attribuire a processi di erosione
fluviale; la prevalenza della direttrice verticale di erosione rispetto
a quella orizzontale può essere relazionata alle fasi di sollevamento
del rilievo, come può indicare la coincidenza della fine del canyon
con un importante allineamento tettonico, segnalato dalla presenza
di scarpate di faglia. L’analisi morfologica della valle rivela
la polifasicità del suo modellamento, testimoniata da alcuni ordini
di terrazzi (mal conservati) e da rotture di pendio. L’ultima fase
è rappresentata dalla forra che costituisce buona parte del fondovalle
attuale, incassata di 100-150 metri nella valle fluviale precedente
e larga a tratti meno di 5 m.
8) Gola di S. Venanzio: si tratta di una tipica forra creatasi
per erosione da parte di un corso d’acqua, nella fattispecie il
fiume Aterno. L’incisione si estende per circa 6 km, da Molina Aterno
fino al monastero che dà il nome all’area, nei pressi di Raiano.
Il fiume scorre su un fondovalle angusto, con pareti ripidissime
alte diverse centinaia di metri, soltanto in alcuni punti accessibile,
prevalentemente nel primo tratto. Gli aspetti vegetazionali e floristici
sono stati valutati di eccezionale importanza, tanto da richiedere
l’istituzione di una Riserva Naturale regionale. Le acque dell’Aterno,
oltre che per gli aspetti idrologici e idrogeologici, hanno un ruolo
di primo piano anche per gli aspetti culturali, per la presenza
di un’opera di derivazione in galleria di epoca romana, scavata
per lunghi tratti nei calcari.
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