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3.1.a - Cava di Santa Fara (Formazione Calcare di Altamura
– età: Conaciano – Campaniano inf.).
La successione affiorante è formata da calcari ben stratificati di colore chiaro, organizzati in sequenze cicliche tipo shallowing upward, in cui sono distinguibili diversi litotipi che indicano il passaggio da condizioni subtidali a quelle supratitali.Tali cicli sono rappresentati dalla successione stratigrafica, raramente completa, di tre litofacies:
A) wackestone-packstone laminati formati da bioclasti e peloidi, il cui contenuto paleontologico è caratterizzato da foraminiferi bentonici e rudiste; queste ultime sono, in alcuni casi, conservate in posizione fisiologica;
B) Packstone pelmicritici con stromatoliti e wackestone algali con strutture di essiccamento;
C) Micro-brecce intraformazionali con matrice arrossata, caratterizzate da strutture "occhio di uccello", da cavità planari e mud-cracks.
L'associazione micro-macrofaunistica è riportata in Tabella 1.
L'associazione delle lito-biofacies suggerisce un ambiente deposizionale di piattaforma interna (lagunare) con una circolazione ristretta, soggetto a maree e saltuariamente interessato da eventi ad alta energia.
3.1.b - San Biagio (Formazione Calcare di Ostuni – età: Campaniano
– Maastrichtiano inf.)
La successione è composta di calcari organogeni a rudiste, in spessi biostromi tabulari e lenticolari, associati a calciruditi e calcareniti bioclastiche, formate da frammenti arrotondati di echini, rudiste, coralli e caratterizzate da laminazione incrociata a grande scala; tale sequenza giace in discordanza sui calcari micritici appartenenti al Calcare di Altamura. Il contenuto fossilifero (Tab. 1) è costituito principalmente da rudiste, anche di grosse dimensioni, insieme alle quali sono presenti anche frammenti di echini e coralli.
Le evidenze litologiche e paleoecologiche suggeriscono che sia il calcare biocostruito, sia le calcareniti associate si formarono in un ambiente di margine di piattaforma, caratterizzato da un'energia moderata o alta. La presenza di rudiste con forme molto allungate, come Paronella? ostuniensis n.sp., indica, tuttavia, l’esistenza, fra le biocostruzioni, di aree protette caratterizzate da alti tassi di sedimentazione. Nei pressi del Santuario di San Biagio, affiorano depositi calcarenitici eolici attribuiti al Pleistocene medio (Foto 1).
3.1.c - Strada dei Colli (Formazione Calcare di Ostuni - età:
Campaniano – Maastrichtiano)
I depositi affioranti nella parte inferiore della successione consistono di calciruditi e calcareniti massive di colore bianco, con laminazioni debolmente inclinate o sub-orizzontali, contenenti clasti intraformazionali e resti abrasi di rudiste, coralli, echini, rari gasteropodi ed ostreidi. I litotipi corrispondono a packstone - wackestone formati da bioclasti di forma sub-angolare; possono essere contenuti blocchi di calcare biocostruito.
Al di sopra della sequenza su descritta, giacciono in unconformity delle calcareniti massive clinostratificate, contenenti frammenti di grosse rudiste, che corrispondono a packstone bioclastici nei quali sono intercalati wackestone bioclastici con foraminiferi planctonici e calcisfere. Il contatto presenta una geometria irregolare ed è marcato da un hard-ground carsificato.L’associazione di macrofaune è riportata in Tabella 1. Particolarmente abbondanti sono gli individui di Hippurites nabresinensis, i quali, nella parte alta della sequenza inferiore, formano spessi banchi che passano lateralmente a biocalcareniti con tracce fossili (Skolitos e Thalassinoides).
I caratteri geologici e paleontologici suggeriscono che la parte inferiore della successione è riferibile ad ambienti di scarpata, dove, in zone riparate, si sviluppavano popolamenti di hippuritidi. I sedimenti dell’intervallo trasgressivo, invece, si sono deposti in un ambiente di scarpata più profondo.
3.1.d - Cava Melpignano (Formazione Calcare di Ostuni - età:
Campaniano – Maastrichtiano)
La successione affiorante è rappresentata da depositi calcarenitici, anche grossolani, irregolarmente stratificati in strati e banchi con spessore variabile lateralmente, nei quali sono intercalate delle mega-brecce canalizzate. Calcareniti fini e calcilutiti con foraminiferi planctonici, sono presenti sia intercalate, sia sopra le calcareniti grossolane, dove formano strati regolari di spessore metrico.L’associazione macro-microfaunistica è riassunta in tabella 1.
L’insieme delle caratteristiche litologiche e paleontologiche suggerisce che quest’unità è riferibile ad ambienti di scarpata-bacino, dove si deponevano flussi gravitativi, provenienti dai depositi di margine, insieme a fanghi calcarei emipelagici autoctoni.
3.2 – I siti costieri
Due stazionamenti alti del livello del mare, durante il Pleistocene superiore, hanno modellato una falesia ed una piattaforma d’abrasione nelle Calcareniti di Gravina, costruendo, quindi, un sistema dunare. La regressione würmiana portò il livello del mare in corrispondenza dell’attuale isobata 120m, provocando l’approfondimento dell’alveo dei corsi d’acqua, che incisero il cordone dunare attribuito al Pleistocene superiore. Il periodo di approfondimento delle lame fu seguita da una fase di colmamento, testimoniata dai depositi colluviali di Lama Cornola, il cui accumulo fu connesso alla fase ingressiva olocenica. In corrispondenza della massima trasgressione olocenica, circa 6000 anni BP si formò rapidamente un primo sistema di spiaggia-duna-stagno costiero; dopo una piccola regressione, che permise la cementazione del deposito eolico accumulatosi, una nuova fase eolica di epoca greco-romana modellò il cordone dunare, che oggi è in forte erosione.
3.2.a - Le lame
Le lame si presentano come dei profondi solchi di incisione a fondo piatto, di frequente coperto da mantello colluviale, larghe sino ad un centinaio di metri, con pareti laterali sub-verticali e profonde una ventina di metri (Fig. 1B - Foto 2). Corrispondenti per genesi alle più grandi gravine del versante ionico pugliese, esse sono state più volte considerate solchi di sovraimposizione. Queste valli, simili ad un canyon nell’aspetto, hanno un’origine connessa a variazioni del livello di base, ma fortemente condizionata dalla circolazione dell’acqua in falda lungo superfici di strato e/o fratture. Gli aspetti morfologici delle lame, unitamente a considerazioni di carattere idrogeologico, indicano che la formazione della rete di drenaggio è dovuta a processi di sapping. Questo fenomeno è inteso come un processo complesso, che, in seguito all’indebolimento e/o alla rimozione del sostegno alla base, indotto da alterazione ed erosione rapida conseguente al flusso concentrato di acqua lungo superfici di strato o di frattura (Foto 3), porta allo scalzamento al piede ed al crollo sia dei versanti, sia della testata di una valle (Mastronuzzi e Sansò, 2002). Tali processi, nel Pleistocene medio-superiore, sono stati fortemente influenzati dalle oscillazioni del livello marino, poiché l’acquifero e l’interfaccia acqua dolce/acqua salata, che controllano il sapping, ne seguono le variazioni. Ogni fase di stazionamento alto del livello del mare, durante il quale si verificano delle condizioni favorevoli per la formazione di sapping valley, ha portato allo sviluppo di un terrazzo marino, e di un certo numero di corte incisioni che si arrestano proprio in corrispondenza della linea di costa. Le lame costituiscono non solo un aspetto paesistico di pregio, ma testimoniano un processo morfogenetico peculiare ed un utile mezzo per la correlazione regionale di terrazzi marini.
Lama Cornola ne rappresenta l’esempio più conservato, inciso nelle Calcareniti di Gravina sino ai calcari cretacici. Le pareti laterali presentano cavità suborizzontali legate ai processi di sapping, le quali spesso sono state modificate ed ampliate dall’uomo che le ha utilizzate come abitazione (insediamenti rupestri). I depositi calcarenitici incisi sono caratterizzati da frequenti livelli estremamente ricchi sia di resti scheletrici di organismi marini (in particolare, echini e lamellibranchi), sia di tracce fossili. Nei depositi colluviali che riempiono il fondo di Lama Corniola (Fig. 1D) sono presenti tre livelli discontinui che hanno restituito età C14 non calibrate comprese fra 11201 ± 370 anni BP e 3389 ± 70 anni BP (Mastronuzzi et al., 2001).
3.2.b - Il sistema costiero
La baia di Torre Canne – Torre San Leonardo si prolunga per circa 6 km a cavallo dei territori di Fasano e di Ostuni; essa ospita uno degli esempi più belli e meglio conservati di stationary barrier olocenica, qui addossata all’equivalente sistema del Pleistocene superiore (Fig. 1E), riconosciuti in Puglia (Mastronuzzi et alii, 2001).
Sulla superficie più bassa della gradinata vi sono i depositi del terrazzo marino. Il sedimento è a luoghi intensamente bioturbato dall’attività di anellidi e crostacei, ed è caratterizzato da una laminazione a basso angolo, tipica di ambienti di spiaggia. Esso è associato a eolianiti con laminazione incrociata ad alto angolo, che formano un cordone parallelo alla costa, alto fino a 17 m. Il sedimento, alquanto cementato, è costituito essenzialmente da granuli silicei e contiene un livello in cui sono concentrati pirosseni e granati provenienti dal Monte Vulture; questi permettono di riferire il modellamento del sistema di spiaggia a tempi almeno successivi alle fasi eruttive del vulcano, e quindi al Pleistocene medio-superiore.
Il cordone dunare (Foto 4), che limita verso mare l’area umida, è costituito da due unità di età differente. La più antica è costituita da depositi di spiaggia ed eolici, sovrapposti ad un suolo rosso-fegato contenente resti di focolai e ceramiche neolitiche che hanno restituito un’età radiometrica C14 non calibrata di 9600 ± 90 anni BP (Coppola e Costantini, 1987). Datazioni effettuate su esemplari di gasteropodi polmonati (Helix) rinvenuti nel cordone dunare, hanno restituito un’età radiometrica 14C non calibrata di 6084 ±52 anni BP a Rosa Marina e di 6185±90 anni BP a Torre San Leonardo (Dini et alii, 2000). La seconda unità è costituita da un deposito eolico con intercalazioni discontinue di suolo marrone, a luoghi appoggiato sul precedente, che raggiunge un’altezza massima di una decina di metri. Esemplari di Helix sp. provenienti dall’area di Torre Canne hanno restituito un’età radiometrica C14 non calibrata di 2110±90 anni BP (Magri e Zezza, 1970). Esemplari della stessa specie, ritrovati nei pressi della foce della lama Fosso Pantore a sud del geosito, indicano un’età radiometrica C14 non calibrata di 2909±90 anni BP (Dini et alii, 2000).
Conclusioni
L’esigenza di pianificare l’uso del territorio implica la necessità di avere un quadro complessivo, sintetico e multidisciplinare dei beni che insistono su di esso, particolarmente in aree caratterizzate dalla commistione di paesaggi culturali e naturali di alto pregio. L’obbligo di coniugare la crescita economica con la tutela dei beni peculiari del territorio, non può prescindere dalla conoscenza degli elementi che conferiscono valore al paesaggio fisico, trasformandolo in potenziale ricchezza economica. L’individuazione di siti che assumono un elevato valore scientifico e paesaggistico diviene importante in quanto non limita il bacino di utenza al solo mondo accademico, ma estende la fruizione del bene naturalistico all’intera collettività, rendendola partecipe dell’importanza del paesaggio geologico. Un geosito, quindi, raccoglie interesse non solo per il valore scientifico intrinseco, ma anche perché esso rappresenta uno strumento di comprensione, sia del territorio, sia dei processi geologici s.l. che agiscono su di esso e che contribuiscono a mantenerlo in equilibrio.
La linea di pensiero che ha guidato la scelta dei siti in questo lavoro, in accordo con Wimbledon et alii (1995), è stata quella di realizzare un percorso in cui leggere le varie tappe dell’evoluzione geologica s.l. del territorio di Ostuni. I siti dedicati alla successione cretacica forniscono indicazioni di grande interesse per la comprensione della storia geologica regionale; mentre, l’associazione fossilifera dei siti selezionati costituisce importanti esempi per la comprensione della paleoecologia e della storia evolutiva delle rudiste (Laviano 1984; 1985; 1989).
Il complesso dei depositi e delle forme presenti sia nell’area costiera, sia in quella delle lame, costituisce particolare interesse perché ha permesso di ricostruire cronologicamente la successione degli episodi morfogenetici durante il Pleistocene Superiore e dell’Olocene. Il modello evolutivo definito in quest’area testimonia, quindi, con le dovute approssimazioni, la successione delle fasi morfogenetiche legate alle variazioni climatiche e del livello marino, che dall’ultimo interglaciale, hanno prodotto il paesaggio costiero di buona parte della Puglia meridionale. La presenza di forme del paesaggio imputabili a processi morfogenetici peculiari, come le sapping valley, ed i numerosi depositi che forniscono dati geocronologici impreziosiscono il valore scientifico dei siti in questione. Tutti i siti esaminati, per l’insieme delle loro caratteristiche, possono essere definiti, a giusta ragione, geositi.
La conoscenza dei processi geologici s.l. che hanno determinato l’attuale paesaggio, inoltre, può rivelarsi un utile mezzo per la valutazione degli effetti prodotti sul territorio da fenomeni ciclici, come le oscillazioni del livello marino; ciò permette di programmare adeguatamente lo sviluppo o la protezione delle aree costiere. Nell’ottica della salvaguardia ambientale e della valorizzazione degli aspetti ed elementi del paesaggio geologico s.l., i sei geositi selezionati rappresentano delle risorse, intese come “…bene non riproducibile su cui orientare azioni equilibrate…” (Vendittelli, 1996). L’esigenza di conservare tali beni paesistico-geologici non è in conflitto con la necessità che quel bene possa continuare a svolgere un ruolo attivo, sia per l’equilibrio dell’ecosistema, sia per l’economia della regione. Esso, infatti, se sapientemente e compiutamente valorizzato e reso pubblico, può assumere un potere trainante nell’economia regionale e nell’educazione ambientale (Poli, 1999; Cresta, 2000).
La realizzazione di centri espositivi e la progettazione di sentieri geologici, mediante l’inserimento dei geositi proposti in percorsi scientifico-culturali pluridisciplinari in cui sono inclusi punti di osservazione panoramici, aree ricreative e di sosta, permetterebbe la fruibilità del territorio, non solo a fini ricreativi, ma anche ai fini divulgativi e formativi. La presenza simultanea sia di siti ad elevato interesse preistorico, storico ed architettonico (ad esempio, la cripta di San Biagio, gli insediamenti rupestri delle lame), sia di ecosistemi con un grado di naturalità sufficientemente elevato (i boschi della scarpata murgiana, le aree umide, la macchia mediterranea sulle dune e nelle lame) fornisce un ulteriore valore al bene geologico. Il sistema dunare della baia di Torre Canne – Torre San Leonardo, infatti, pur in evidente degrado ed in avanzata fase di stress, ospita una serie di habitat considerati dalla Direttiva 92/43/CEE come “prioritari” e “d’interesse comunitario” e pertanto di notevole valore botanico e zoologico. L’area della baia di Torre Canne – Torre San Leonardo, inoltre, è stata riconosciuta dalla Regione Puglia come area di riserva regionale per il recupero e la salvaguardia del territorio (LR. N°19. 24 luglio 1997, Boll. Uff. Reg. Puglia, 30 luglio 1997), ed è stata inserita, ai sensi delle direttive 92/43/CEE e 79/409/ CEE, fra i siti di importanza comunitaria con il Codice Sito n° IT9130004 di Natura 2000 (Suppl. Ord. n°65 G.U. n°95 del 22 aprile 2000).
La possibile serie di azioni congiunte, mirate alla salvaguardia ed alla valorizzazione dei geositi, dovrebbe puntare alla ricostruzione e/o alla rivalutazione dell’ambiente naturale in cui essi sono ubicati (come ad esempio il recupero di cave dimesse di Santa Fara e Melpignano). Un simile progetto sarebbe utile, non solo per la riqualificazione del territorio, ma contribuirebbe ad una corretta gestione dell’ambiente, evitando danni al territorio e ai beni materiali che vi insistono, come quelli che occorsero nell’agosto del 1995 nell’area di Torre San Leonardo, a seguito delle precipitazioni eccezionali. La deturpazione degli ambienti vegetati delle lame (Foto 2) ai fini di una “bonifica”, infatti, impedì il normale deflusso e l’infiltrazione delle acque, che furono concentrante nelle aree abitate retrodunari, dove solo fortunate coincidenze evitarono la perdita di vite umane.
I percorsi suggeriti offrono, quindi, un esempio di gestione integrata e di recupero ambientale di sicuro interesse scientifico, ma, anche economico; pertanto, tali progetti, se supportati dalle Amministrazioni locali e centrali, possono rappresentare una sicura fonte di occupazione e di sviluppo socio-economico.
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