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Un diamante grezzo assomiglia ad un ciottolo qualsiasi, e nessuno lo degnerebbe di uno sguardo. E' l'abilità del tagliatore di diamanti che svela la bellezza che giace nascosta nelle pietre. L'abilità richiesta per questa arte è stata tramandata nei secoli, di generazione in generazione: il tagliatore non può permettersi di fare alcun errore. Il rischio non esiste solo al momento del taglio, ma in una qualunque delle fasi di lavorazione di ciascuna pietra; sono infatti necessarie alcune ore (a volte giorni) per tagliare e levigare una gemma. In questa lunga lavorazione, un diamante arriva a perdere fino al 50% del suo peso originario! |
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La bellezza di un diamante dipende dal modo in cui esso riflette la luce, e il tagliatore deve sagomare la pietra in maniera tale che la luce penetri dalla parte superiore, venga riflessa all'interno, ed esca di nuovo dall'alto. In questo modo viene riflessa la maggior quantità di luce, e il diamante risplende con il suo fuoco, la sua brillantezza ed il suo scintillio. |
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Sembra che l'arte di tagliare i diamanti sia nata a Firenze, presso il mediceo Opificio delle pietre dure. In tale officina venne eseguito il taglio del famoso "Fiorentino", acquistato grezzo dal Granduca Ferdinando nel 1608. Così pure venne eseguita a Firenze la celebre esperienza di Averani e Targioni, i quali dimostrarono la natura combustibile del diamante, bruciando con una lente ustioria alcuni esemplari loro donati dal Granduca Cosimo III, dimostrando così che il diamante (che deriva dal greco adamas = indomabile), che si riteneva appunto assolutamente inattaccabile, esiste in una forma che è termodinamicamente instabile a condizioni ambiente. | |
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